giovedì 12 ottobre 2017

The Fright - Canto V: l'inferno alla portata di tutti

(Recensione di Canto V dei The Fright)


Il limite tra l sacro ed il profano non ha soltanto a che fare con la religione ma in certi casi della grandissime opere d'arte sono diventate a tutti gli effetti sacre. La cultura è alla portata di tutti quanti ed è dunque facile prendere spunto dell'arte per realizzare le proprie opere. Ma è proprio lì che entra il limite tra sacro e profano. Qual è l'operazione da fare essendo ispirato da un capolavoro universale? In che modo stiamo accrescendo ulteriormente la fama di quel capolavoro invece di minimizzarlo? Non sono domande facili ma la musica è piena di esempi del genere. 

Canto V

Faccio quest'introduzione perché il quinto album dei tedeschi The Fright è intitolato Canto V come il primo inferno della Divina Commedia di Dante. Nell'anno e poco di più da quando ho aperto questo blog questa è la seconda volta dove musica e l'opera mastra di Dante si mescolano e curiosamente i due lavori in questione sono molto diversi. C'è da dire che la scelta di questo titolo non corrisponde soltanto al canto prima descritto ma va in linea anche col fatto che questo è il quinto album nella carriera della band. Per lo tanto non siamo proprio di fronte ad un disco concettuale o a un modo di portare in una dimensione musicale parte dell'opera dantesca. Anche se questa, come vedremmo di seguito, è una mezza verità. Quello che viene fuori è un disco di facilissimo acceso che si nutre di brani concisi, di melodie effettive e di una serie di armonie, sia a livello strumentale che vocale di grande impatto. In altre parole questo è un disco pensato per un vasto pubblico, quel pubblico che accoglie con entusiasmo quelle forme di canzone che ti rimangono molto impresse in testa.

Canto V

Come genere quello che viene fatto dai The Fright è un gothic rock che prende molti elementi dell'hard rock anni 80. Come funziona tutto ciò? Come se questo Canto V avesse chiaramente una traccia dark, una volontà di abbracciare quella estetica, ma per farlo si avvalesse di formule molto funzionanti come quelle dell'hard rock. Canzoni con personalità ma anche molto orecchiabili. E questa contraddizione tra genere si incrementa ulteriormente considerando che le tematiche principali dei brani di questo disco girano intorno alla critica sociale ed è qua che credo che possiamo ricollegarci con l'opera di Dante. L'inferno è molto variegato, l'inferno forse è un posto in terra che cambia sembianze asseconda di chi lo vive. Sembra che la band abbia voglia di sottolineare come tanti aspetti ci portano a vedere che l'inferno sta dappertutto, che l'affrontiamo di giorno in giorno. Per quello credo che c'è un collegamento importante che va oltre alla semplice scelta del titolo di questo disco.

Canto V

A chi piacerà questo disco? A tutti quelli che amano il mondo gotico e che non cercano forme musicali complesse. Credo che questo è un disco che funziona particolarmente bene tra i giovani, tra quelli che da poco si addentrano nel mondo del rock/metal/gotico. Penso che Canto V possa essere una porta d'ingresso che li porti a conoscere tante altre realtà musicali che hanno dei punti in comune con questo lavoro dei The Fright.

The Fright

Come faccio di solito vado a prendere due brani che dal mio punto di vista fanno capire con chiarezza che cosa possiamo ascoltare in questo album.
Il primo è la traccia d'apertura del disco, Bonfire Night, brano che mette in evidenza quelle due anime della band. Questo perché inizia con un tocco gotico molto bello che ricorda tanti lavori del genere, ma è solo l'intro, perché quando la canzone esplode si capisce che è tutto molto rock, che c'è quella voglia di costruire brani che funzionino molto bene. In un certo modo ricorda molto quello che hanno fatto gli Him.
Il secondo brano invece mi fa pensare ad un'altra band tedesca dello stesso genere: i Mono Inc. Il brano è Oblivion. Forse qua la parte hard lascia molto  più spazio a quella gothic. Il gioco tra voci maschili e femminili è molto bello sembrando quasi un brano vampiresco. Questo è uno dei punti più alti di questo disco.


Canto V è un disco che ha la funzione di far diventare molto usufruibile una serie di elementi che potrebbero avere un trattamento molto ostico e come dico spesso riuscir a trasformare queste idee in un prodotto che riesce facilmente ad arrivare a tutta un serie di persone non è mica semplice. Ci vuole del tatto e del talento per farlo ed i The Fright  sembrano sapere perfettamente che acque navigare.

Voto 7,5/10
The Fright - Canto V
Steamhammer/SPV
Uscita 13.10.2017

mercoledì 11 ottobre 2017

Kabaret Makaber - Kabaret Makaber: niente di più esotico dello swing norvegese

(Recensione di Kabaret Makaber dei Kabaret Makaber)


E' incredibile come certi generi abbiano la capacità di evocare scenari molto precisi. Ben poco importa se vengono suonati lì dove sono nati o a migliaia di chilometri. Ben poco importa la lingua con la quale vengono costruite le canzoni, il risultato è sempre lo stesso, delle immagini molto chiare e della associazioni mentali a tutta una serie di concetti che rimangono sempre fedeli.

Il jazz swing è stato un genere che ha tradotto l'eleganza ed il divertimento degli anni 30. Tutt'ora oggi c'è gente che è affascinata da questo modo di passare il tempo libero e di cercare grande divertimento. Ma come capita spesso con tante forme espressive quando iniziò la seconda guerra mondiale quel divertimento diventò molto più underground ma grazie a quello acquistò un peso diverso trattando anche delle tematiche diverse. Dalla eleganza si passò al buon vivere, alla voglia di divertirsi sfidando anche quello che succedeva fuori. Mi è difficile pensare ad un altro genere musicale che abbia subito la stessa evoluzione e che abbia regalato degli spunti così interessanti. Sicuramente per quello dalla fredda Norvegia un gruppo di musicisti hanno subito così tanto il fascino di questo genere da arrivare a suonarlo e a farlo proprio. Il risultato ha un nome chiaro: Kabaret Makaber. Ma come capita quando si pesca qualcosa che non fa proprio parte della tua realtà culturale è molto interessante vedere come si trasforma tutto e come diventa un linguaggio locale. E' proprio quello che capita con questo primo disco di questa band perché nelle loro canzoni si mescola la loro realtà geografica, che molto spesso si traduce con la solitudine e l'impossibilità di fare molte cose e l'immagine immaginaria di qualche esotico e misterioso straniero che porta con sé una serie di aspetti inesistenti nella fredda Norvegia.

Apollon Records

Tutto questo a ritmo di questo jazz che riesce a attraversare una serie di stati d'animo, essendo dunque molto festoso, e prendendo di conseguenza tutte le sembianze dello swing, ma essendo anche molto nostalgico, come se si trattasse di una esternazione della propria sfortuna in amore e dalla sensazione non solo di essere da solo ma anche di non riuscir a trovare qualcuno che corrisponda veramente ai desideri. Tutto questo viene messo insieme dentro a questo Kabaret Makaber, un disco che gode di piena libertà avendo come unico vincolo quello di essere molto teatrale. Tutto quello che ascoltiamo un questo disco sembra molto costruito perché veramente abbiamo l'impressione di essere di fronte ad uno spettacolo recitato, e l'intento si compie ancora di più perché diventa qualcosa di assolutamente esotico. Pensare ad una orchestrina jazz nella fredda Norvegia è sicuramente un accostamento molto esotico. Un altro punto che aiuta molto a che questo sia un disco che funziona molto bene è dovuto alla presenza vocale femminile, una voce molto bella è dinamica, capace di essere festosa, sensuale e nostalgica asseconda di quello che deve comunicare, ma anche riuscendo ad ammorbidire una lingua che foneticamente non è tra le più dolci com'è il norvegese.

Kabaret Makaber ha il fascino di quelle persone con una personalità talmente forte da sembrare sempre fuori di contesto, ma che cercano proprio quell'effetto, che vogliono che gli altri li vedano come le pecore nere, ma non per quello che non facciano parte di un tessuto sociale più grande. Anzi il loro apporto diventa fondamentale perché è una voce fuori dal coro che permette di guardare tutto con altri occhi. Questo è un disco divertente, esotico, piacevole ed interessante.

Apollon Records

Come detto prima sono diversi i momenti che attraversano questo lavoro. Io ho scelto d'illustrarvi i due principali: quello festoso e quello nostalgico.
Per quanto riguarda quello festoso la mia scelta ricadde su Djevelen, canzone che apre questo disco. L'intro di batteria lascia già molte cose in chiaro, la prima è che non si tratta di un disco anacronistico, che non si tratta d'imitare quello che veniva fatto anni ed anni fa ma che c'è un aggiornamento di quello che sono le tematiche musicali della band. Lo sviluppo del brano ci fa capire che questo è un disco fatto di mescola, c'è l'attitudine rock, quasi punk, come se la band fosse la versione morbida dei Diablo Swing Orchestra, ma c'è anche la teatralità e naturalmente il jazz. 
Dans med meg invece rispecchia la parte più intima e nostalgica della band. E come capita spesso quando si vede qualcosa del genere la figura femminile della cantante acquista i connotati della diva. Questo è uno di quei brani che congelano l'aria catturando completamente l'attenzione di tutti i presenti. E' uno di quei brani che crea una parentesi nel tempo durante la quale non c'è altri all'infuori. Vellutato.

Credo che l'intento proposto dai Kabaret Makaber trovi piena soddisfazione in questo loro primo album. Da una parte perché è un disco suonato da musicisti che sanno fare perfettamente il proprio mestiere, dall'altra parte perché quell'esotismo, legato ad un modo di raccontare storie che potrebbero sembrare di completa finzione ma che in realtà traducono molti elementi di quello che vivono odiernamente, è affascinante e molto interessante. Un gruppo da seguire con attenzione.

Voto 8/10
Kabaret Makaber - Kabaret Makaber
Apollon Records
Uscita 13.10.2017

martedì 10 ottobre 2017

Mork - Eremittens Dal: tornare alle origini

(Recensione di Eremittens Dal dei Mork)


Una delle domande più valide che possono essere fatte quando si teorizza sulla musica è quella legata a l'evoluzione di un determinato genere. Più nello specifico a quando un modo di suonare quel genere diventa "old school" lasciando così spazio ad un nuovo, o a nuovi, modi di suonare lo stesso genere. A cosa è dovuta quell'evoluzione? Ed è misurabile in qualsiasi modo? Io credo di non, penso che sia un processo che viene capito soltanto alla distanza, quando guardando indietro si capisce che nulla è rimasto così com'era.

Il terzo album degli Mork si chiama Eremittens Dal ed in un certo modo è un grande salto per questo progetto, spesso tenuto come un'alternativa sulla quale riversare del tempo da parte di Thomas Eriksen, unica mente dietro a questo gruppo. E' un grande salto perché il disco uscirà pubblicato da una casa discografica di colto come la Peaceville Records ed è un grande salto perché la musica di questo progetto a richiamato l'attenzione di mostri sacri di questo mondo musicale. Alta è dunque l'aspettativa e in questo post cercherò di farvi vedere se è compiuta o meno. La prima cosa da considerare è che musicalmente questo disco non si propone altro che essere un'opera che continui con i legato del black metal norvegese, quello che da qualche purista viene considerato come unico vero black metal. Per questo non ascolteremo nulla di rivoluzionario in questo disco, non ci sarà alcun genere di contaminazione o di sguardo rivolto al futuro. Al contrario, sembra esserci un riverenziale rispetto verso le fondamenta di questo genere.

Eremittens Dal

Ma allora, perché una casa discografica importante dovrebbe scommettere su un gruppo come i Mork? Perché fare qualcosa "all'antica" non significa non farlo bene o non regalare nulla di nuovo. Infatti Eremittens Dal  è un disco molto ben riuscito, un disco che ricorda senz'altro quello che è il passato musicale del black metal e che vuole proprio fare quello. Inutile dire allora che gli obiettivi sono stati pienamente raggiunti e che questo disco sembra il proseguo di un'epoca che ha scosso il metal come pochi altri sotto generi erano riusciti a farlo. Infatti la forza di questo lavoro sta nel portarci a memoria il perché di un impatto così drastico. Qua c'è una concezione diversa di quello che è il metal, in un certo molto più lontana dal mondo hardcore che aveva influenzato pesantemente il thrash metal ma anche lontanissimo da quei virtuosismi estetici dell'heavy metal. E neanche il death metal può considerarsi come un genere molto vicino, perché anche se ci sono dei punti in comune c'è tutta una filosofia dietro che fa cambiare tutto drasticamente. Il black metal di questo disco è primordiale, ha il sapore della foresta, dell'ululato del lupo, delle terre vichinghe che si sono nutrite di sangue e dei racconti delle gesta dei suoi abitanti. Ma è soprattutto quel modo di essere selvaggio, di non curarsi dei dettagli quello che dà la forza a questo lavoro.

Ogni tanto serve ricordare certe caratteristiche essenziali di certi generi, perché l'evoluzione è così drastica da spazzare via certi elementi. Per quello questo Eremittens Dal ha contatto con questa aspettativa, con questa voglia di capire dove potesse arrivare la musica di questo progetto. Questa è la forza dei Mork, quella di ricordarsi e mettere nella pratica gli elementi che hanno fatto del black metal un linguaggio musicale senza uguali. E questo suo intento non è né migliore né peggiore di quello che possono mettere in atto dei gruppi con una visione più espansiva ma è validissimo perché fatto molto bene.

Mork

Prendo due brani che mi sono particolarmente piaciuto in questo lavoro.
Il primo è Et Rike I Nord. Si sente sin da subito quella radice così addentrata nel black metal vecchia scuola ma è un piccolo piacere, un piacere che ricorda quei riff sporchi, con suono lo-fi ma pieni di melodie strazianti che non si svelano con chiarezza. Ma questa spicca maggiormente visto che si tratta di un brano strumentale.
Il secondo, che invece è cantato, è il brano di chiusura del album, Grav¢l e ha tutto quello che si certa in un brano black metal. C'è questa oscurità onnipresente, questo tocco di nostalgia, questo modo di essere dissacrante ma con una poetica fortissima. Infatti quella è un'altra caratteristica di questo genere, che è profondamente poetico, che utilizza sia a livello di parole che musicalmente, una serie di risorse poetiche invece di essere rudi e diretti. Questo brano lascia in chiaro tutto ciò.


Credo che la scommessa messa in atto sui Mork si compia perfettamente, e che questo Eremittens Dal sia un'opera riuscitissima. Un disco che parte con certe ambizioni che magari non sembrano monumentali ma che lo stesso non sono facili da raggiungere. Non è un omaggio, non è un lavoro anacronistico ma è semplicemente un album che sa quello che cerca e che lo trova perfettamente.

Voto 8/10
Mork - Eremittens Dal
Peaceville Records
Uscita 13.10.2017

lunedì 9 ottobre 2017

Trivax - Sin: buttare giù l'intolleranza col metal

(Recensione di Sin dei Trivax)


Qualche volta c'è da dire che la musica non si sceglie ma è lei a scegliere te. Essere musicista non è affatto semplice perché tranne qualche piccola eccezione non si tratta di un lavoro con una retribuzione fissa. Riuscir a vivere di musica è un'impresa non da poco, soprattutto se si sceglie di suonare certi generi che non sono alla portata di tutti ma diventano un po' di nicchia. Ma c'è un altro fattore maggiore che entra in gioco, ed è il fatto che la realtà che possiamo vedere e vivere qua non è la stessa in tutto il mondo. In certi paesi fare certi generi di musica o affrontare certi discorsi è assolutamente vietato e punito dalla legge. Bisogna avere coraggio per fare musica anche di fronte a questi pesantissimi limiti, coraggio e passione.

Qualche mese fa ho avuto il piacere di ricevere a casa il primo cd, auto-prodotto, degli Trivax, band inglese figlia della volontà di Shayan S., chitarrista e cantante iraniano. Il disco si chiama Sin ed è un lavoro pregevolissimo, soprattutto considerando che si tratta di un'opera auto-finanziata. Ma prima di addentrarci dentro a questo disco credo che sia fondamentale accennare alla storia del gruppo. Nati in Iran nel 2009 hanno sfidato le autorità locali suonando un genere assolutamente vietato e mal visto. Una lotta non indifferente che diventa quasi una scelta di vita. Sicuramente la loro esistenza era così fragile da aver fatto decidere al leader della band a cambiare paese e trovarsi in un posto dove fosse più semplice portare avanti il proprio arte, per quello l'Inghilterra è diventata la sua nuova casa, sicuramente molto più tranquilla verso la sua musica con rispetto alla sua nazione natia. Credo che per quello Sin sia un disco che diventa una coronazione di un sogno, una specie di affermazione del genere "ce l'ho fatta" ed anche per quello questo lavoro gira tanto sulla figura del frontman iraniano, principale compositore di quasi tutte le tracce di questo disco.

Sin

Ma perché i Trivax erano mal visti nella loro patria? Perché il genere da loro praticato è un black/death metal che questiona pesantemente l'organizzazione globale, sia a livello di società che anche a livello spirituale. E lì dove qualsiasi voce dissidente non merita di esistere tollerare qualcosa del genere è impensabile. Ma la cosa paradossale e che personalmente non capirò mai è che quello che possiamo ascoltare in questo Sin non è affatto scandaloso o brutto. Non è per nulla più estremo di tanti altri gruppi ma rappresenta soltanto un modo di fare musica. Le tematiche sicuramente non sono ottimistiche, non si canta alla bellezza della vita o quant'altro ma chi è intelligente sa che bisogna leggere tra le righe, che i messaggi forti sono spesso dei modi per scuotere le menti, per farsi domande, per questionare tutto quanto con l'intenzione di dare con qualche verità più soddisfacente. Questo disco non ha nulla di blasfemo, d'irrispettoso o di sconveniente. Non è neanche così spinto a livello musicale da sembrare difficile ed inascoltabile. E' un disco cauto dentro al mondo del black/death metal e diventa interessante il suo ascolto.

Com'è il mondo che viviamo in confronto al mondo che vorremmo? Ognuno avrà la sua risposta ma da parte mia è molto ma molto diverso da quello che vorrei. Ed in un certo mondo ho la fortuna di aver vissuto sempre in posti abbastanza tolleranti. Per quello mi è difficile pensare alle realtà dei paesi di ermetica chiusura dove la stessa musica è vista come un atto di perversione. Nel mio percorso ho potuto constatare che in paesi come l'Iran l'entusiasmo che viene generato dal metal è fortissimo e c'è tanta gente che ama alla follia tutto quello che ha a che fare con quel mondo. A questo punto mi chiedo se tutto il proibizionismo non fa altro che aumentare la voglia di musica e di trasgressione. Credo che questo Sin si nutra di quello, della voglia di sembrare ancora più "scorretto" in un mondo dove non deve proprio esistere il peccato. Questa è la terapia dei Trivax che urlano il loro dissenso.

Trivax

Torno alla musica di questo disco che è quello che alla fine conta veramente e consiglio particolarmente l'ascolto di due brani.
Il primo è Voidstar ed è la traccia più monumentale di questo lavoro andando oltre i dodici minuti di lunghezza. Credo che si senta molto chiaramente quello che dicevo prima, cioè che quello che fa la band non è scandaloso ma, al contrario, diventa anche "usufruibile" da un ampio pubblico. Si nota anche che c'è una certa propensione verso i suoni più old school. Ma quello che abbiamo di fronte è un brano che funziona perfettamente, un brano sentito dove la band dà il meglio di sé.
Il secondo è Deathborne. Più concreto della traccia descritta prima l'ho scelta perché dimostra anche che la band non rimane fossilizzata in un'unica direzione. Mi piace molto il contrasto che si crea tra le chitarre armonizzate e il ritmo di batteria, come se sovrapponessero due discorsi che sembrano diversi ma che in realtà vanno benissimo dalla mano. Bel brano.


Quando potremmo affermare di vivere in un mondo veramente libero? Io non lo so bene ma credo che uno degli aspetti principali per raggiungere quest'utopico ideale è quello della tolleranza totale. Quando ci sarà la piena libertà di esprimere al meglio quello che si sente allora si potrà dire che il mondo sarà un posto migliore. E in quel modo dei lavori come questo Sin non dovranno nascere lontano dalle proprie patrie. Il miglio augurio che posso fare ai Trivax è quello di riuscir a tornare in Iran a vivere della loro musica.

Voto 8/10
Trivax - Sin
Auto-prodotto
Uscita 13.11.2016

domenica 8 ottobre 2017

The Spirit - Sounds from the Vortex: impressionante debutto

(Recensione di Sounds from the Vortex dei The Spirit)


Una prassi che seguo sempre quando ascolto per la prima volta qualche materiale che mi è arrivato è quella di informarmi il meno possibile su quello che sto per ascoltare. Lo faccio perché non voglio alcun genere di condizionamento. Voglio che la musica mi arrivi diretta per quello che è e non per quello che qualcuno vorrebbe che fosse. Generalmente molte cose che vengono fuori ascoltando questi dischi sono in perfetta linea con le informazioni forniti in quelli che vengono chiamati i "press kit" ma in certi casi mi ritrovo a sorprendermi su certi aspetti che dimostrano che ascoltare senza condizionarsi è fondamentale.

Sounds from the Vortex

Faccio questa premessa perché col disco che sto per raccontarvi, chiamato Sounds from the Vortex mi è successo qualcosa di particolare. Dopo un paio di ascolti ero sicuro di essere di fronte all'opera di un gruppo consolidato che magari aveva già pubblicato diversi lavori, ed invece per The Spirit questi è il loro primo disco. Perché qualcosa del genere mi porta ad essere sorpreso? Perché nella mia esperienza so che nella grande maggioranza dei casi un primo disco racchiude in sé delle sfumature d'imprecisione, di discorsi non conclusi a dovere, ed è qualcosa abbastanza logica perché fare musica è affrontare un percorso affatto semplice e quando ci si ritrova nella dinamica di gruppo mettere d'accordo tutti quanti ed andare nella stessa direzione come una mente unica è un compito che generalmente viene fuori soltanto col tempo e l'esperienza. Invece in questo disco sembra di assistere ad un progetto con le idee assolutamente chiare che non lascia spazio ad alcun genere di crepa. Credo che sia fondamentale sottolineare quest'aspetto perché è difficile trovare un pregio maggiori nel debutto di una band.

Sounds from the Vortex

Sounds from the Vortex è un disco black metal di scuola svedese e anche se ci sono tanti esempi di quello che viene fatto in questo versante musicale c'è da dire che i The Spirit sono in perfetto grado di regalare un pugno di brani che funzionano perfettamente, che non hanno sbavature o punti d'inflessione. Sorprende tutto questo perché è da concepire che un disco non riesca a volare sempre in alto. Invece qui succede proprio quello. Non ci sono passi falsi, non ci sono pause riflessive, non ci sono esperimenti falliti, tutto gira nella direzione giusta, tutto viene fatto a dovere. Credo che non sia sbagliato immaginare che questa band darà molto da parlare nel suo futuro immediato.

Sounds from the Vortex

E' abbastanza logico dire che questo Sounds from the Vortex non sia un disco per tutti. Il suo modo di esprimere questo black metal molto lanciato, energico ed asfissiante può risultare molto ostico per chi non ama questo genere. Invece per chi si ritrova con piacere a perdersi sotto questa valanga di suoni sarà molto difficile non riconoscere i grandi pregi di questo primo disco dei The Spirit, un disco dove, stando alle loro proprie parole, la band ci ha messo il cuore, e questo arriva.

The Spirit

Ho scritto prima che questo è un disco che non ha momenti di calo ed è dunque un po' difficile scegliere un paio di brani da portare un po' più in alto con rispetto agli altri ma io ci provo.
Scelgo Cosmic Fear perché essendo la seconda traccia dell'album mette subito le cose in chiaro. Chitarre che cavalcano la strada tortuosa costruita da una base ritmica perfettamente funzionante. Una voce che va a chiudere i cerchi per quanto riguarda la costruzione musicale di queste canzoni e dunque un brano effettivo al cento per cento.
Cross the Bridge to Eternety è invece un brano più epico, dire che è più lento ed articolato diventa un eufemismo ma rappresenta senz'altro l momento "diverso" del disco. Preziosi gli arpeggi di chitarra che dialogano con dei riff molto ben riusciti. Quelle parti mi portano alla mente lavori come quelli dei canadesi Eidolon, che anche se fanno un altro genere tendono a dare queste sensazioni con il loro modo di scrivere canzoni.


Quale sarà l'alchimia che è riuscita a far sì che questo debutto risultasse così concreto e ben riuscito? E' molto difficile da dire perché dietro a The Spirit non c'è neanche un lavoro di prove o composizione lungo. Forse la spiegazione sta nel fatto che l'unità di pensiero e di lavoro come band ha dato dei frutti gustosissimi. Sounds from the Vortex è un trionfo di black metal.

Voto 8/10
The Spirit - Sounds from the Vortex
Eternal Echoes
Uscita 13.10.2017

sabato 7 ottobre 2017

Get Your Gun - Doubt is my Rope Back to You: suonare è sentire

(Recensione di Doubt is my Rope Back to You dei Get Your Gun)


Quante cose possono essere espresse con una nota? Una delle cose più difficili da insegnare nella musica è tutto quello che non riesce ad essere scritto, tutto quello che fa parte di una dimensione molto diversa da quella che riesce ad essere riportata su un pentagramma, es è tutto quello che ha a che fare con la emotività che si deve mettere in gioco quando si suona. Per quello dal vivo e virtualmente impossibile che un brano esca sempre uguale, perché l'intenzione che c'è dietro ad un'interpretazione dipende da tanti fattori che messi insieme fanno venire fuori un risultato piuttosto di un altro. La critica che va mossa a certi gruppi è che non riescono a suonare con emotività e trasporto ma fanno dei brani e dei concerti eccessivamente freddi. Io rigirerei la moneta per dire che in tanti gruppi devono tutto all'emotività, al trasporto che viene messo in ogni singola nota suonata e questo è la loro salvezza, perché qualcosa di sentito arriva molto di più di qualcosa di suonato e basta.

Di emotività ce n'è tantissima nel secondo disco dei Get Your Gun del quale mi occupo quest'oggi. L'album ha per titolo Doubt is my Rope Back to You ed è stato concepito dopo un esaustivo tour che per un anno e mezzo ha portato la band a presentare in tutto il mondo il loro disco di debutto. In un certo modo quando si suona molto a lungo uno stesso repertorio arriva un punto dove l'unica voglia è quella di misurarsi con qualcosa di nuovo. Per lo tanto credo che questo disco funzioni in parte come un esorcismo a tutto quello che è stato fatto col primo disco della band. Questo può spiegare parzialmente il trasporto che che si sente ascoltando questo disco ma non credo che basti. L'altro aspetto fondamentale è quello dell'ambiente sonoro che la band è riuscita a ricreare con questo full-lenght, un ambiente oscuro, misterioso, sofisticato. Un disegno in bianco e nero dove le sfumature sono molto presenti e fanno spesso la differenza. Arrivati a questo punto è importante capire che le vie che si aprivano nella concezione di questo disco erano veramente ampie ma le scelte adoperate dalla band portano in una chiara direzione.

Doubt is my Rope Back to You

A questo punto dobbiamo parlare forzatamente di quello che è il genere suonato dai Get Your Gun. Generalmente inglobati dentro al mondo del rock alternativo penso che ci sia molto altro, la loro musica è oscura senza mai cadere in luoghi comuni ma la persistenza di questi luoghi che ci parlano di ombre piuttosto che di luci mi porta a definirli come una band dark rock. Non soltanto ma in questo periodo sempre più spesso vengono fuori dei progetti con questa spiccatissima personalità che sono inglobati in una specie di dark folk rock. Credo che queste definizioni vadano in perfetta sintonia con quello che la band cerca di fare con la sua musica. E' dark e non gotico, è rock e non metal o punk. Ma la cosa principale è che si tratta di un lavoro trascinante, entusiasmante che ti cattura. E tutto questo succede grazie al sentimento buttato in ognuno di questi brani. Dalla prima nota fino all'ultima di questo Doubt is my Rope Back to You si sente il conflitto, la lotta tra come si sta e come si vorrebbe stare. Tra la realtà e l'idealismo. E quando c'è conflitto c'è sempre quella sana tensione che ti tiene attaccato al disco con la voglia di capire che cosa c'è dopo.

Doubt is my Rope Back to You ha l'eleganza che molti cantautori rock sono riusciti a trasmettere. Quell'eleganza che pesca la sua forza dentro al fascino che ha la parte oscura del mondo. Per quello suona sempre nostalgico, triste ed arrabbiato ma mai furioso. Tutto quello che sentiamo in questo disco sembra essere stato calcolato perfettamente perché eccedere sarebbe significato perdere di mira quello che si è voluto trasmettere. Per quello dico che questo è un album molto elegante, un album che sa qual è il limite e come stare sempre nella linea corretta. Sono sicuro che i Get Your Gun si saranno sentiti svuotati e sereni quando questo disco è stato chiuso.

Get Your Gun

Anche se il disco riesce a trasmettere abbastanza omogeneamente quello che si propone, personalmente ci sono due canzoni che mi hanno lasciato qualcosa in più.
La prima è la traccia d'apertura di questo disco e si chiama Love Like Feathers. Una volta ancora sono chiamato a sottolineare l'importanza d'iniziare un disco con un brano d'impatto, un brano che riesca a catturarti e a voler, a tutti i costi, capire che cosa c'è dopo. Questo brano ci riesce in pieno. Perché è dotato da una dinamica fantastica, perché è cupo ma magnetico allo stesso tempo. Perché funziona molto meglio di tanti brani dosando la sua forza, il suo entusiasmo, tutto quello che ha dentro. Un brano bellissimo.
Il secondo è Haywire e forse si tratta del brano più "cattivo"  di questo intero lavoro. Ma se l'ho scelto non è soltanto per quello ma soprattutto perché sento che si tratta della traccia con maggiore apertura di questo lavoro. Faccio un parallelismo un po' strano ma è una canzone che per via di certe caratteristiche mi ha portato alla mente un lavoro recente, cioè Solitary IV dei The Soundbyte. Ecco, tutto diventa più esperimentale, le carte vengono mescolate in modo che venga fuori qualcosa di nuovo, di contrasti tra la potenza quasi urlata della voce e gli arrangiamenti dei fiati sotto. Intensa e vissuta. 


Doubt is my Rope Back to You indubbiamente porterà i Get Your Gun  a fare un altro tour esaustivo perché s'intuisce già che quello che viene suonato in questo disco crescerà una e mille sui palchi regalando uno spettacolo veramente interessante. Quando un disco ti lascia queste sensazioni è sinonimo di un grande trasporta all'ora di comporre e la capacità di aver riportato nel disco tutto quello che si voleva. E già questi elementi sono delle gemme preziose.

Voto 8,5/10
Get Your Gun - Doubt is my Rope Back to You
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Uscita 13.10.2017

venerdì 6 ottobre 2017

Damnation Defaced - Invader from Beyond: così suona l'invasione aliena

(Recensione di Invader from Beyond dei Damnation Defaced)


Sicuramente uno degli argomenti più interessanti quando si cerca di raccontare certe storie con la musica è quello della fantascienza. Questo perché ci sono certi collegamenti che diventano più semplici. In un certo modo se pensiamo a tutto quello che ha a che fare con i synth il collegamento con un mondo "futuristico" è molto più immediato. Andando più nel profondo è interessante come le diverse tematiche necessitino di determinati modi di fare musica, o di determinati suoni.

Il terzo disco dei tedeschi Damnation Defaced è un disco che ci trasporta dentro alle storie che vedono dei conflitti intergalattici con invasioni aliene che cercano di distruggere la terra. Argomenti che possono trovare ampio spazio nell'inventiva e nel modo di raccontare queste storie. Una cosa molto interessante è che questo Invader from Beyond cerca di stare dentro alla storia, di darci il punto di vista di un umano che combatte e che sa che la sua sopravvivenza e quella dell'intero pianeta dipende da quello che farà insieme ai suoi compagni di lotta. Ma andando a posizionarci dentro la parte musicale è molto interessante vedere come si gioca con diversi elementi che, da un parte, ci riportano a quel contesto futuristico ed apocalittico, ma d'altra potrebbe tranquillamente appartenere ad altre sonorità. 

Invader from Beyond

Concentriamoci dunque sulla parte musicale perché l'intreccio di diversi elementi finiscono per donare la personalità unica dei Damnation Defaced. Come prima cosa c'è da dire che ci muoviamo dentro al mondo del death metal e più concretamente in quello del melodic death metal. Ma la massiccia presenza di synth da un tocco molto diverso da quello che possono avere tante altre band che fanno questo genere. La cosa importante è che le tastiere non diventano protagoniste ma danno un tocco molto particolare. Senza di loro potremmo parlare di un disco molto più "standard" ma grazie alla loro presenza si abbraccia questo modo di raccontare storie servendosi anche della musica. Invader from Beyond è senz'altro un disco futuristico e fantascientifico ma non si proietta completamente su quel piano. Rimane infatti molto legato alla sicurezza data da un genere come quello praticato dalla band. Diciamo che il passo che molti gruppi hanno dato in quella direzione, diventando così degli esponenti del modern metal, molto spesso confinando col tech metal, in questo caso non c'è. E questo è un bene perché non è una mossa e scontata e fa trasparire l'onestà musicale della band, che fa quello che meglio le viene.

Invader from Beyond

Qual è la colonna sonora di un'invasione aliena e della guerra in cerca della liberazione della terra? Abbiamo tanti esempi cinematografici e tante vie diversi che, in tutti casi, generalmente coincidono in parecchie cose. Questo Invader from Beyond diventa molto interessante perché da una parte ha tante caratteristiche associabili ad una colonna sonora del genere ma d'altra parte ci va sentire degli elementi che non sarebbero così scontati. La quadratura di questo disco dimostra la totale convinzione dei Damnation Defaced nel momento di proporsi di creare questo disco.

Damnation Defaced

Ci sono due brani che danno un'idea molto fedele di tutto che c'è dentro a questo lavoro.
Il primo è quello che più mi è piaciuto anche per dei motivi che v'illustrerò subito. Si chiama The Key to your Voice e in un certo modo diventa, con consapevolezza o meno, un omaggio alla musica degli anni 90. Se non altro quel ritornello che dice: "Refuse, Resist" ci porta in mente la musica dei Sepultura ma musicalmente pure c'è un modo di affrontare tutto da un'ottica molto propria a quel decennio. E' un brano che rimane molto impresso.
Il secondo è The Creator's Fall e ci mette di nuovo di fronte a questa storia fantascientifica, alle infinite vie narrative che si ritrovano d'avanti ad una stesura del genere. Infatti bisogna pensare alle tante opere d'arte preziose che sono diversi dischi che hanno raccontato delle storie favolose inventate di sana piana. Ma musicalmente c'è anche qualcosa da dire su questo brano perché diventa trascinante, corale ed effettivo.


Così come ogni scrittore ha un suo stile particolare e sono proprio questi dettagli a fare la differenza tra uno e l'altro e a portare alla fama qualcuno piuttosto di qualcun altro in questo disco si sente la stessa cosa. Poi entra in gioco la soggezione nell'amare certe storie raccontate in un certo modo ma c'è da dire che con Invader from Beyond i Damnation Defaced hanno fatto un bel sforzo di espressione su quello che è la loro musica ed il modo di costruire canzoni che diventano storie.

Voto 7,5/10
Damnation Defaced - Invader from Beyond
Apostasy Records
Uscita 06.10.2017