giovedì 22 febbraio 2018

Phantom Winter - Into Dark Science: a tu a tu con i tuoi demoni

(Recensione di Into Dark Science dei Phantom Winter)


Sin da tempi immemori c'è stata l'idea che la conoscenza umana fosse molto limitata e che, per spanderla, ci fossero due vie da percorrere: quella della luce e quella dell'oscurità. Due vie diverse con due percorsi diversi, due vie che differiscono soprattutto per quanto riguarda i limiti da oltrepassare. In un certo modo la via dell'oscurità inizia lì dove quella della luce finisce. 
C'è un altro concetto molto interessante legato alla via dell'oscurità, ed è il fatto che molto spesso viene percorsa come un'ultima risorsa, come se fosse l'ultimo stadio disponibile per riuscire a compiere certe pretese. La letteratura ci regala innumerevoli capolavori che ci parlano di quella strada, di quel modo di vivere insieme ai nostri demoni quando in realtà quello che cerchiamo e di scacciare via quei demoni.

Il terzo disco dei tedeschi Phantom Winter è un chiaro omaggio ai demoni interni di ognuno di noi. Per quello Into Dark Science è un'opera introversa che si nutre da concetti ed idee universali ma che hanno tutt'ora un risvolto assolutamente attuale. Per quello i contrasti che ci regala sono dei contrasti che riflettono fedelmente quello che è la nostra avventura in questa vita, quel modo di volere vivere al meglio ma essere spesso bloccati dai nostri propri demoni interni. Per quello questo disco è volutamente un disco urlato, viscerale, ma è, nello stesso tempo, un disco che sa di profondità abissale, di storie antiche, di miti che sono così scioccanti da non essere mai sicuri dalla loro veracità. E curiosamente grazie a tutta questa angoscia questo disco diventa un lavoro di una bellezza unica.

Into Dark Science

Into Dark Science è uno di quei lavori dove tutto ha una coerenza. Dove la sovrapposizione delle voci crea un tessuto sonoro che non è altro che lo specchio di quello che si canta, delle storie che vengono raccontate. Ma il lavoro dei Phantom Winter va anche ben oltre. Lo sforzo da loro inseguito, e ben riuscito, è quello di tradurre con la musica questo tetro paesaggio. Per quello è difficile definire quello che fanno. Nel nostro aiuto viene proprio il gruppo che definisce la propria musica come winterdoom, cioè un doom gelido, volutamente intransigente, che va al di là della normale "tristezza" del genere e che cade nell'apatia più assoluta. Ma personalmente credo che questa definizione lascia fuori tutta una grande serie di idee che vengono messe in gioco attraverso la musica della band. Per esempio tutta la parte post metal o quella sperimentale che porta a unire alla loro musica dei rumori reali. Se c'è qualcosa che può funzionare come filo conduttore di tutti questi concetti quello è la gelida disperazione, la voglia di essere dissacranti perché come indica chiaramente il titolo di questo disco loro abitano nell'oscurità, e non hanno alcuna voglia di far entrare neanche il minimo raggio di luce.

E' difficile dire che questo lavoro possa piacere a qualsiasi persona. Anzi, la grande maggioranza appena ascolterà le prime note di Into Dark Science dichiarerà che non è roba per loro. E questo è un grandissimo peccato, perché bisognerebbe imparare a guardare il mondo con altri occhi. Bisognerebbe conoscere i propri demoni interni perché solo con la consapevolezza del buio che abita in noi possiamo crescere. Questo è il grande pregio dei Phantom Winter, che riescono a essere dissacranti ed onesti nel loro modo di raccontare i propri demoni. Un'oscura onestà dalla quale tutti dovremmo essere consapevoli.

Phantom Winter

Musicalmente questo è un lavoro molto intenso, un disco che non ha punti bassi o momenti nei quali venga persa la direzione essenziale che s'intraprende. Anzi, succede tutto il contrario, ci sono sorprendenti inserzioni sonore che accrescono tutto quanto.
Per esempio in The Initation of Darkness, dove le registrazioni vocali femminili, il rumore di campane o la breve melodia di flauto sintetizzata danno una dimensione ulteriormente ricca e completa di quello che è un brano impressionante, che sembra calmarsi per por dare la botta definitiva. Un brano immenso.
In Frostcoven invece l'idea è più asciutta, più elementare. Nei cinque minuti e venticinque di brano la band da mostra di quello che sa fare magistralmente. La linea di chitarra è impeccabile, un tappetto sonoro che sorregge l'intensità emotiva del brano, l'urlo potente mai ingabbiato. 


Into Dark Science non è un disco che loda i fascini dell'oscurità. No, sarebbe tremendamente sciocco fare un ragionamento del genere. I Phantom Winter scattano una fotografia perfetta, piena di dettagli, di quello che significa vivere dentro all'oscurità. Di come accadde che i demoni oscuri che vogliano far emergere per toccare nuove vette finiscono per consumarci. E' una tragedia ricorrente nella storia dell'uomo, ma se è così è perché ancora non abbiamo imparato a conviverci. 

Voto 9/10
Phantom Winter - Into Dark Science
Golden Antenna Records
Uscita 02.03.2018

lunedì 12 febbraio 2018

Erdve - Vaitojimas: precipitare dentro

(Recensione di Vaitojimas degli Erdve)


Sembra assurdo e paradossale che più si va avanti e più sembra che il nostro mondo tolleri certi atteggiamenti dal mio punto di vista inaccettabili. Come se un certo genere di violenza sia da accettare senza fiatare, come se fosse normale che "la vita è dura e bisogna difendersi con unghie e denti". Per me tutte queste attitudini non vanno che a rafforzare un'idea chiara: sempre più spesso accettiamo dei disturbi mentali senza trattarli come tale. Perché qualsiasi persona che gode a fare del male agli altri è qualcuno con gravi disturbi, e nessun aspetto dovrebbe essere mai accettato.

Vaitojimas

Nel lungo viaggio musicale che ho intrapreso da quando ho aperto questo blog per la prima volta atterro in una nazione che sembra essere sempre più moderna e sviluppata: la Lituania. Tutto ciò grazie a Vaitojimas, primo album degli Erdve. Il debutto è sempre un punto critico, un modo di spalancare porte o di finire in un oblio dal quale non si è mai uscito. Se mi ritrovo a parlare di questo disco e di questa band è perché, in questo caso, siamo di fronte ad un'opera massiccia, riuscitissima, trascinante e incredibilmente matura. Bisogna prendere in considerazione che siamo di fronte ad un gruppo che esiste dal 2016 ma che sembra avere una padronanza incredibile su quello che vuole esprimere a livello musicale. Non è qualcosa di scontato perché la band non prende una strada già tracciata ma cerca di aprirsi passo attraverso la propria concezione musicale, processo mai immediato e che molto spesso necessita di grandi sbagli per rettificare la rotta. Invece nel caso della band lituana tutto ha una sicurezza conclamata, una personalità che dimostra che sia individualmente che in gruppo i musicisti di questa band sanno perfettamente quello che vogliono.

Vaitojimas

Vi parlavo di una strada nuova, quella che vogliono percorrere gli Erdve, una strada fatta di prendere certe caratteristiche di diversi generi musicali per poi incanalare tutto in un unico torrente. Vaitojimas è un disco che per certi versi mi ricorda  molto quello che viene fatto dai Nidingr, dando una nuova vita al black metal ma sarebbe molto riduttivo limitarmi a dare quell'unica indicazione. C'è tanto altro in questo disco, c'è un'attitudine hardcore e post hardcore, ci sono momenti sludge e, aggiungo io, ci sono delle chiare strizzatine d'occhio verso il post metal e la propria capacità di generare spazi sonori inarrivabili. 
Ma tutto ciò sarebbe il nulla se non ci fosse un elemento a giustificare qualcosa del genere. Quell'elemento è la rabbia musicale della band, la voglia di portare nel formato "musica" una serie di riflessioni verso la pazzia aggressiva del mondo, verso le aberrazioni commesse quando si perde il lume non solo della ragione ma di quello che significa essere "umano". Per quello ci vogliono atmosfere rarefatte, per quello i colori di questo disco sono il nero, il grigio e il rosso, per quello questo è un disco che scuote l'ascoltatore.

Vaitojimas

La mente umane è fragilissima. Basta che entri dentro a un vortice per non riuscire più a vedere la luce, affondando sempre di più l'individuo che precipita in quell'abisso,  trascinando con sé le persone che stanno intorno. Questo è il racconto di questo Vaitojimas. E' la descrizione di quest'abisso, di quella discesa inarrestabile e delle sue conseguenze. La musica degli Erdve è viva andando al di là di qualsiasi dimensione. E' una musica che si respira, che si vede, che si soffre, che ci angoscia ma che diventa spunto perfetto di riflessione.

Edrve


E' difficile andar a individuare i brani migliori di questo disco perché dal mio punto di vista il livello di tutte le tracce è molto alto e coerente, ma cerco di raccontare i due brani che più mi hanno colpito.
Il primo è Išnara. Bellissimo nella sua intro rarefatta e ricercata, forse è una delle espressioni più fedeli della concezione musicale messa in atto dalla band. E', anche, un brano dove il lavoro strumentale dietro a questo disco viene esaltato. Gli intrecci tra basso, chitarra e batteria diventano dei flussi che s'incontrano, scontrano, uniscono e rifiutano. Preziosa, uno dei migliori brani che ho ascoltato ultimamente.
Il secontro è Atraja. Se il primo brano era ipnotico, ricercato, esaustivo questo qua è di  un'effettività impressionante. Un brano che non nasconde nulla, che diventa una dichiarazione d'intenti, una dimostrazione della potenza che si cella dietro alla band. 


Il coraggio paga, sempre. La sfacciataggine di essere l'ultimo arrivato ma di urlare quello che si ha dentro. Gli Erdve difficilmente potevano presentarsi in società con un disco migliore di questo Vaitojimas. Si respira la loro onestà, la loro intenzione e, la cosa più ardua in assoluto, il modo di trasformare in musica le loro idee e concetti. Una bomba musicale da far esplodere ripetutamente.

Voto 9/10
Erdve - Vaitojimas
Season of Mist
Uscita 09.02.2018

Pagina Facebook Erdve
Pagina Bandcamp Erdve

venerdì 9 febbraio 2018

Harakiri for the Sky - Arson: ingrandire i sentimenti per creare arte

(Recensione di Arson degli Harakiri for the Sky)


La psiche umana è molto complessa. Si traveste di altalena passando da un'estremo ad un'altro con una facilità impressionante. L'estasi e la disperazione di assomigliano tantissimo perché entrambi questi stati emotivi ci trasportano in una dimensione diversa da quella che viviamo la maggioranza del tempo. Per quello entrambi vengono glorificati ed esaltati, perché se c'è qualcosa di certo è che la vita non deve essere mai piatta. Come la musica.

Arson è il quarto disco degli austriaci Harakiri for the Sky, band che nell'ultimo decennio si è fatta valere come una delle maggiori rappresentanti di un genere musicale abbastanza nuovo, com'è il atmospheric post rock che nel caso di questa band si fonde con il black metal. Per quello è indubbio che le aspettative di fronte a questo nuovo lavoro sono abbastanza importanti. 
Qual è il modo migliore di rispondere a una tal pressione? Quella di continuare indisturbati a fare quello che si sa fare, ed è proprio quello che la band austriaca fa in questo nuovo lavoro. Nessun travolgimento, nessuna rivoluzione, nessun modo di smettere di essere quello che è. E anche se le cose prendono quella direzione, che potrebbe sembrare molto statica, quello che viene fuori è un lavoro riuscitissimo che stenta ad avere dei punti deboli. 
Infatti ogni nota suonata in questo disco ci fa capire che la capacità musicale della band è brillante, attiva, presente.

Arson

Arson è un disco di sovrapposizioni. E' un'insieme di sensazioni musicali che trovano una coerenza fondamentale in un contesto affatto scontato. E' un disco che si nutre di malinconia, di melodie che rimangono facilmente impresse nella testa che vengono messe in contrasto con una base ritmica trascinante e con dei riff di chitarra che dimostrano con chiarezza che il mondo d'appartenenza degli Harakiri for the Sky è quel metal che non guarda in faccia nessuno, un metal che passa anche ad essere una filosofia di vita o un modo di guardare il mondo. Per quello ci si sorprende a scoprire che ogni brano di questo disco nasce e si sviluppa in direzioni impensabili che ci portano da momenti marcatamente black metal a piccoli intermezzi strumentali che sembrano venire fuori da dischi di quel così chiamato "alternative metal". Naturalmente tutto questo viene messo in comunicazione con dei momenti dove la componente post rock ricrea delle atmosfere solide ed impeccabili. Siamo di fronte a dei brani con tante vite, vite molto diverse ed interessanti. 
Un altro aspetto che bisogna sottolineare è la monumentalità di questo disco, non soltanto per la durata di ogni brano, che non vanno mai sotto gli otto minuti, ma anche per la durata complessiva di tutto questo lavoro, andando ben oltre all'ora di musica, qualcosa che sembra essere molto contrastante con la maggioranza dei dischi che si pubblicano nei nostri giorni.

Arson

Credo che è proprio quella grandezza a essere il filo conduttore di Arson. In questo disco tutto è monumentale, a volte perché la natura degli elementi che lo costruiscono è proprio così, a volte perché gli Harakiri for the Sky tendono ad ingrandire tutto quanto, a rendere esagerata la loro musica. Questa loro intenzione è quella di portare l'ascoltatore ad una dimensione che si discosta dal quotidiano e dalla normalità. In positivo o in negativo tutto diventa più grande in questo disco toccando così l'essenza di quello che significa fare arte.

Harakiri for the Sky

La copia di questo lavoro che ho avuto modo di ascoltare è quella con un bonus track veramente gustoso, per quello delle due canzoni che pesco come esempi migliori di questo disco una è proprio quella traccia.
Ma andiamo prima con quella che è fedelissima rappresentazione di quello che è questo disco. La mia scelta ricade su Fire, Walk with me. Il brano che apre il disco non solo ha un titolo che ci proietta subito nel mondo di quel regista visionario com'è David Lynch ma ci fa capire anche la dimensione della musica degli austriaci volutamente va incontro a quei angoli della mente difficilmente esplorabili. Senza però cadere in incoerenze o linguaggi artistici di difficile comprensione. 
La bonus track è invece una bellissima cover di Manifesto dei Graveyard Lovers e come succede più di qualche volta la cover sembra superiore alla versione originale. Ma la sua grazia in questo disco non sta solo in quello ma anche nel fatto che si trasforma in una canzoni che dà una direzione diversa, un respiro dentro alla personalità più costante di questo disco, e queste aperture sono preziose.


Arson è un disco che colmerà indubbiamente tutte le aspettative dei fan degli Harakiri for the Sky, questo perché è un disco senza punti deboli, un disco con una solidità tale da dimostrare che lo stato di salute della band è ottimo, come se fosse un fiume in piena che non ha alcuna intenzione di fermarsi. Un'intensa esperienza nella quale immergersi per evadere dal mondo.

Voto 8/10
Harakiri for the Sky - Arson
AOP Records
Uscita 16.02.2018

giovedì 4 gennaio 2018

Sinistro - Sangue Cássia: quel morbido velo di tristezza

(Recensione di Sangue Cássia dei Sinistro)


Musica ed antropologia si mescolano molto spesso andando oltre a quello che può  essere una lettura più folkloristica di come un determinato genere sia nato e cresciuto in simbiosi con un gruppo etnico e sociale. Questo non è un blog dotto e non pretendo che lo sia, perché non ho le competenze per farlo, ma se c'è qualcosa che m'interessa maggiormente è quel punto dove queste caratteristiche s'intrecciano e si mescolano con dei generi più "globali". M'interessa perché quelle creature miste sono quelle più interessanti ed innovatrici.

Sangue Cássia

Il terzo LP dei portoghesi Sinistro è un'opera molto fedele di quello che significa mettere insieme le radici musicali della propria terra ed i gusti musicali, quello che ci fa vibrare musicalmente. Intitolato Sangue Cássia sarebbe molto semplice lasciarsi portare per le prime considerazioni che saltano subito alla vista. Per esempio l'aspetto linguistico con la scelta della band di cantare in portoghese. Queste scelte, dal mio  punto di vista, hanno sempre un'importanza che trascende un aspetto prettamente comunicativo. Non si tratta soltanto di riuscir ad esprimere al meglio le idee che ci sono dietro senza andar a perdere delle sfumature traducendo da una lingua ad un'altra. E' anche un aspetto di musicalità, della lingua che diventa uno strumento musicale. Questo disco, se fosse stato cantato in inglese avrebbe avuto tutto un altro colore, sarebbe diventato più piatto e banale. Ma non è questo l'unico aspetto che rende unico questo lavoro. C'è un sapore che si presenta dall'inizio alla fine, un sapore che è anche un profumo, che è anche un paesaggio, che è anche una fotografia, che è anche un suono. Insomma, dall'inizio alla fine questo disco sa di Portogallo, delle caratteristiche proprie di questa interessantissima nazione.

Sangue Cássia

Sangue Cássia non è soltanto questo. Non è una cartolina della nazione del fado. Questo nuovo disco dei Sinistro è  un crocevia tra quello che di proprio e particolare ha questa nazione e quello che significa muoversi tra le acque dell'ambient doom. In tutti i casi questa unica definizione mi sembra anche molto limitante, perché sebbene, la tipologia più presente dei suoni scelti dalla band girano intorno a questo genere ci sono tante altre cose che vengono ad allinearsi nelle tracce che possiamo ascoltare in questi nuovo lavoro. In un certo modo la capacità emotiva è così presente da far pensare che la band è in linea con l'intenzione di due progetti olandesi: i The Gathering ed i DOOL. Naturalmente bisogna mantenere le distanze e non lasciarsi impressionare da questa sensazione, che alla fine è soltanto quello: una sensazione. Dovuta sicuramente all'affascinante protagonismo del canto femminile che ha la capacità di essere ipnotico e sicuro. Per lo tanto siamo sicuramente dentro al doom ma inglobandoci maggiormente in quello che possiamo, in modo approssimativo, definire come alternative metal. Brani che funzionano molto bene, dunque, e che raccontano di una band che ha chiaro dove sta e dove vuole arrivare.

Sangue Cássia

Ci sono certi dischi che hanno un potere evocativo unico. Ascoltare Sangue Cássia è perdersi tra le strade delle bellissime città portoghese, è far entrare quella luce dorata che si filtra tra il buio, è assaporare quello retrogusto legnoso del vino di Porto, è immaginare delle strade coperte di foglie cadute. E' un disco bello com'è bella la nazione da dove provengono i Sinistro, è un disco unico perché tutto quello che riesce a comunicare viene fatto senza forzature e senza cadere nello scontato discorso folkloristico e culturale. 

Sinistro

Voglio pescare due brani che dimostrano con chiarezza qual è la strada che viene percorsa in questo disco.
Il primo è Abismo. Ascoltando i primi secondi sembra di essere di fronte ad un disco doom in piena regola. Ma la svolta avviene nel ritornello. Lì dove il doom è carente ecco la forza della band. E' la luce che si filtra, e la brezza dell'atlantico che arriva puntuale, è la forza dell'emotività e di quella tristezza velata e preziosa. Bellissimo.
Il secondo è Gardenia. In un certo modo viene replicata la formula del brano di prima ma la differenza sta nel carattere globale della canzone. Meno cattiva, meno oscura ma non per quello meno funzionale. Anzi, questa è una di quelle canzoni che rimangono impresse in testa e che si negano assolutamente di abbandonare la mente dell'ascoltatore, cosa che capita soltanto quando si riesce ad individuare un brano delle stesse caratteristiche.


La cartolina che ci regala Sangue Cássia non è  soltanto qualcosa di turistico o di geografico. C'è qualcosa di molto più trasversale, c'è una presenza fortissima che è la stessa degli scritti di Saramago, delle salite del Barrio Alto di Lisboa, del sapore del vino di Porto. Tutto con naturalità, tutto con l'unica intenzione di esprimere musicalmente quello che significa l'appartenenza e l'amare, nello stesso tempo, un genere musicale molto più "universale".

Voto 8/10
Sinistro - Sangue Cássia
Season of Mist
Uscita 05.01.2018

mercoledì 3 gennaio 2018

Top 10 album 2017

Ulver


Nel 2017 appena trascorso se c'è qualcosa che posso affermare è che è stato l'anno dove ho ascoltato il maggiore numero di dischi inediti della mia vita. Circa 160 album sono finiti per essere recensiti su questo blog e non smetterò mai di ringraziare tutte le case discografiche ed agenzie di management che mi permettono di avere accesso in anteprima ad una marea immensa di dischi interessantissimi. Il tempo non è mai abbastanza per regalare il meritato ascolto al 100 per 100 di quello che mi viene ricapitolato ma certo sempre di garantire almeno un ascolto aperto a qualsiasi materiale mi capiti tra le mani.
Andare a selezionare solo 10 tra tutti questi dischi non è un compito semplice e bello ma ci ho provato. Anche questa volta, come è successo l'anno scorso con la classifica dei Top 10 album 2016, il primo in classifica è un disco che col tempo si è dimostrato immenso, sensazione che, invece, era stata un po' velata ai primi ascolti.
Ecco la mia personalissima classifica dei Top 10 album 2017.

  • N°10 Neun Welten - The Sea I'm Diving In
The Sea I'm Diving IN

Un sussurro morbido che sa di eleganza e di oscurità. Un lavoro che tocca l'anima rapendo l'ascoltatore. 
(la recensione completa la trovi qui)


  • N°9 The Ruins of Beverast - Exuvia
Exuvia


Tribale, moderno, implacabile, unico. Il black metal non è mai stata così ipnotico. Un lavoro incredibile, sciamanico e geniale. Strane creature appaiono in cosmologia nuova.

(la recensione completa la trovi qui)

  • N°8 The Hirsch Effekt - Eskapist
Eskapist


Curiosamente queste tre posizioni della mia classifica provengono tutte e tre dalla Germania e sono molto diverse tra di loro, sia come genere che come contenuto. In particolare questo disco è un urlo d'intelligenza e di sensibilità, una dimostrazione che l'arte non è arte e basta. Questa è una fotografia fedelissima del 2017, un anno dove l'odio sembra essere stato il protagonista per tante persone.

(la recensione completa la trovi qui)


  •  N°7 DOOL - Here Now, There Then
Here Now, There Then

Non si tratta solo di una super band, non si tratta solo di un disco suonato con grandissima energia. Questo lavoro è uno di quei dischi che attraversano tutti gli stati d'animo immaginabili. E' complesso ed estremamente facile nello stesso tempo. E' ricercato ed effettivo con una naturalità disarmante.

(la recensione completa la trovi qui)


  • N°6 Below the Sun - Alien World
Alien World


Arriva dalla Siberia uno dei migliori dischi di questo 2017 ed una delle opere post metal più interessanti di quest'anno. Un disco fantascientifico  che dimostra che il legame tra letteratura e musica è una fonte infinita di creatività.

(la recensione completa la trovi qui)


  • N°5 Major Parkinson - Blackbox 
Blackbox


Se esiste un genere saturo dove difficilmente è possibile regalare nuova prospettive questo è il rock progressivo. Per quello la genialità di questo disco ha un peso molto più importante, perché veramente è riuscito a regalare nuovi orizzonti. Tutto ciò grazie alle contaminazioni, alle strizzatine d'occhio verso l'elettronica, all'autoironia, alla voglia di divertirsi. Disco indispensabile. 

(la recensione completa la trovi qui)


  • N°4 Pain of the Salvation - In the Passing Light of Day
In the Passing Light of Day


Dal mio punto di vista questo è un periodo storico dove molti mostri sacri del metal progressivo stanno perdendo colpi. C'è una regressione generalizzata e tante grande band danno dei passi falsi. Ed invece ci ritroviamo con questo disco, un disco che ha una chiave fondamentale: l'essere sentito fino in fondo, l'essere un'esercizio d'esorcismo di un periodo buio che non fa altro che dare un nuovo e profondo senso al significato della vita.

(la recensione completa la trovi qui)

  • N°3 Yurodivy - Aphos
Aphos


Il gradino più basso del nostro podio è riservato ad una band che a tutti gli effetti è un'outsider, un nome che sicuramente non sarà presente in nessuna altra classifica di fine anno. Ed invece la poetica che si mescola con il post hardcore e il mathcore di questo lavoro ha un'impatto che pochi altri dischi di questo 2017 sono riusciti ad avere su di me. Il mio invito più vivace è quello di ascoltare assolutamente questo disco. 

(la recensione completa la trovi qui)


  • N°2 The Soundbyte - Solitary IV
Solitary IV


E' difficile essere obbiettivo quando si ha a che fare con i musicisti che si celano dietro a questo progetto. Alla distanza degli anni sono sicuro che si guarderà con occhi molto più attenti verso il legame musicale lasciato da una band meravigliosa come i The Third and the Mortal, e questo lavoro non è soltanto l'eredità musicale del gruppo norvegese ma è anche un nuovo modo di concepire la loro musica e di scoprire le tracce di una colonna sonora che mi accompagna da più di vent'anni.

(la recensione completa la trovi qui)

  • N°1 Ulver - The Assasination of Julius Caesar
The Assasination of Julius Caesar


Fare sembrare semplice un disco completissimo. Costruire un disco "pop" che è tutto tranne che pop. Nel 2017 non c'è stato alcun altro disco così intelligente come questo qua. Un disco che non ha alcuna paura ed alcun preconcetto, un disco costruito dalla genialità di chi ha saputo reinventarsi continuamente, perché ciascuno di noi è un essere in costante evoluzione.

(la recensione completa la trovi qui)


La musica sempre ci regala nuovi spunti, questa è la dimostrazione. Buon 2018 a tutti! 

domenica 31 dicembre 2017

Pissboiler - In the Lair of Lucid Nightmares: tutti i colori del buio

(Recensione di In the Lair of Lucid Nightmares dei Pissboiler)


Trovo che uno degli aspetti più difficili ed insormontabili, nel mondo della musica, sia quello di rompere con i preconcetti. Generalmente si tende a mettere delle etichette su tutto, cercando così di limitare ad un terreno conosciuto quello che si ascolta. E' qualcosa che capita sempre, come se si dovesse per forza associare le cose, senza lasciare alcun spiraglio ad altri tipi di creatività. Per quello quando vengono fuori degli sforzi che rompono queste dinamiche bisogna essere sempre riconoscente e felice. Sono questi gli sforzi di rottura e costruzione, sono questi gli sguardi che si rivolgono all'evoluzione e alla voglia di continuar a costruire un linguaggio musicale inarrestabile.

Molto onestamente devo affermare che uno dei generi musicali che mi è più difficile seguire più a fondo è il funeral doom. Non perché abbia delle caratteristiche più ostiche con rispetto a tante altre correnti musicali ma ben sì perché molto spesso mi sembra che sia un genere che rimane sempre congelato, che non offre niente di nuovo e che non ha abbastanza sfumature come per differenziare quello che fa una band di questo mondo piuttosto di un'altra. Per quello il primo LP degli svedesi Pissboiler mi sembra incredibilmente interessante. Questo disco, intitolato In the Lair of Lucid Nightmares, è un lavoro che per la prima volta mi porta ad ascoltare con entusiasmo questo genere. Ma occhio, il perché farà capire che è, da una parte, questo fascino è figlio di una piccola "trappola". E sì, perché non possiamo parlare di un disco "puro" ma dobbiamo fare i conti con un'insieme di generi che ruotano intorno al funeral doom senza posizionarsi mai dentro. Per lo tanto sì è possibile affermare si aver a che fare con un disco di quel genere ma non è possibile attribuirle quello'etichetta al 100 per 100. 
Per fortuna è così, perché dalla mia umile opinione ogni disco nuovo dovrebbe essere uno sforzo di novità, un regalo all'arte di nuove vie da percorrere e non un girare in tondo incessante. 

In the Lair of Lucid Nightmares

I generi che s'intrecciano in questo In the Lair of Lucid Nightmares sono il già ampiamente nominato funeral doom, il drone metal e lo sludge, quest'ultimo presente in modo più nascosto. Generi che sicuramente hanno delle caratteristiche facilmente associabili ma che non erano stati, molto spesso, messe insieme con nuove intenzioni. E' lì che radica il grande pregio dei Pissboiler. Il loro modo di scrivere e "raccontare" si dissocia da quello primordiale del loro genere di appartenenza e si avvicina molto di più ad un'oscura intimità che ha anche delle sfumature surreali. Musicalmente è una ricerca di bellezza dove in pochi riescono a scoprirla. E' uno sforzo profondo che si nutre della varietà delle tracce regalate da questo disco. E' una strada mai dritta dove ogni curva ci porta a scoprire nuovi paesaggi inaspettati. Grazie a questa dinamicità nulla rimane statico e quella qualità "melmosa" del funeral doom viene cancellata lasciando spiraglio al passaggio di nuovi impulsi.

Colorare il buio può sembrare un controsenso, un'utopia, un'azione priva d'intelligenza ed invece è uno sforzo bellissimo. Colorare il buio è imparare a giocare con certi colori, è sapere dosare la quantità di nero che si deve utilizzare. In the Lair of Lucid Nightmares è pieno di sfumature da scoprire piano piano, perché a prima sguardo potrebbe sembrare una macchia inerte ma dopo si svela un disco pieno di dettagli, molti dei quali fanno capire l'intelligenza della band che c'è dietro a questo lavoro. I Pissboiler non solo danno l'impressione di mettere dentro quello che amano ma sanno anche farlo in modo di essere sempre dinamici e mai scontati.

Pissboiler

Sono quattro le tracce di questo lavoro, quattro anime che si susseguono con molta naturalità. Per quello spendo qualche parola per ciascuna di loro.
Ruins of the Past potrebbe sembrare a tutti gli effetti un brano funeral doom ma sono le incursioni sludge e la ricerca di melodie che lavorano benissimo quelle che lo accrescono e lo rendono unico.
Stealth presenta la prima apertura veramente interessante di questo lavoro. E' un piccolo brano strumentale dove elementi post s'intrecciano lasciando chiaro che non c'è un'unica via percorribile.
Pretend it Will End è uno degli altri brani dove si capisce che l'intenzione della band è quella di costruire creazioni che non rimangano statiche. Per quello funeral doom, sludge e post metal sembrano tutti figli di una madre unica e lì dove uno non ci arriva ecco l'altro pronto a dare un contributo.
Il disco si chiude con Cutters ed è qua che un'altra anima prende il totale protagonismo. In questo caso è il momento del drone metal, delle lunghe distorsione di chitarra che sfidano le frequenze più basse per portarci su dei mondi che sono tutt'ora sconosciuti. 


In the Lair of Lucid Nightmares è uno di quei dischi che sorprende per tanti aspetti. Dobbiamo considerare che ci troviamo di fronte al primo LP dei Pissboiler ma la sicurezza e concretezza nelle idee che ne vengono espresse sembrano frutto di un perfetto intendimento tra i tre membri della band, tre musicisti con un'idea molto chiara: suonare tutto quello che amano racchiudendolo in un progetto unico. Bell'azzardo ma molto ben riuscito.

Voto 8/10
Pissboiler - In the Lair of Lucid Nightmares
Third I Rex
Uscita 25.12.2017

Pagina Facebook Pissboiler
Pagina Bandcamp Pissboiler

martedì 12 dicembre 2017

Ne Obliviscaris - Urn: in apparenza un mare bellissimo

(Recensione di Urn dei Ne Obliviscaris)


Qual è il formato perfetto nel rock o metal? Qual è la formazione ideale che una band deve avere per fare bella musica? Che strumenti non devono mai mancare? Queste domande sono il nulla, perché se la  musica ci indica qualcosa è che quando c'è talento ben poco importa come vengono fatte le cose, l'importante è farle. Sono anche gli scombussolamenti degli schemi quelli che hanno glorificato la carriera di tanti artisti. Viva dunque la sperimentazione, viva la voglia d'innovare quando ci hanno i mezzi artistici per farlo.

Molto spesso ci ritroviamo a meditare sul fatto che la musica è finita, nel senso che ormai tutto è stato invitato e l'evoluzione che viviamo non è che un rimescolare delle carte che ormai conosciamo molto bene. Io non credo che sia così, perché ancora ho la fortuna di emozionarmi di fronte a certi brani e a certi artisti che mi fanno ascoltare delle cose piene di gusto figlio della novità. Per quanto riguarda il disco del quale vi parlerò quest'oggi sembra essere abbastanza chiaro che la musica che lo compone nasce dalla necessità di esprimere con chiarezza certe idee partendo da elementi già ascoltati e conosciuti nella musica. Il disco in questione è Urn degli australiani Ne Obliviscaris. Dico e segnalo che la novità è limitata perché la costruzione dei brani della band sono senz'altro una ricerca dentro a dei campi già conosciuti, infatti la loro grazia non sta proprio dentro a quella che potremmo definire come un'aria moderna ma ben sì nel modo nel quale la band si nutre di una serie di caratteristiche che vengono processate in modo di dare un'identità unica. La musica della band prende le sembianze di un oceano nel quale confluiscono molti fiumi di caratteristiche diverse. Ed è proprio nel modo di vedere e vivere quest'oceano che sta la chiave di svolta. Come si sa bene l'acqua è un elemento complesso, vitale ma letale. Bisogna saper scrutare le acque prima di tuffarsi, in modo di capire esattamente dove e come nuotare.

Urn

Questa diventerà dunque, in qualche modo, una guida su come approcciarsi e nuotare dentro alle acque dei Ne Obliviscaris e in concreto in quello che è il loro ultimo lavoro Urn. La prima cosa da sapere è che si tratta di un oceano bellissimo, di acque cristalline. Ma occhio, il fatto che il fondale sia osservabile dalla superficie non vuol dire che non siano profondissime queste acque. Infatti è proprio così, se a un primo sguardo sembra semplice nuotare dopo ci si rende conto che un conto è quello che si vede, un altro è quello che è. L'oceano non più di acque ma di idee della band si alimenta di diverse fonti, fonti che dalla parte musicale hanno a che fare col progressive metal, col tech metal, con un certo tipo di symphonic metal e con altri elementi che possiamo unire nello extreme metal. Vale a dire una capacità preziosa e complessa di dominare il proprio strumento e metterlo in funzione al lavoro che tutti gli altri musicisti seguono. Questo disco richiede un certo livello esecutivo che non è alla portata di tutti. Poi c'è la parte più difficile che è quella di mettere insieme i pezzi per vedere con chiarezza qual è l'immagine che nasconde preziosamente il puzzle. Il lavoro che la band svolge in questo senso è un lavoro che ottiene dei notevoli risultati perché le costruzioni musicali sono solide, basate su fondamenta che reggono la maestosi degli adorni che non solo restituiscono delle realizzazioni massicce ma anche curate, belle e ricercate. Per quello ci sono diversi interventi affidati al violino, che incanta, per quello ci sono due voci in registri molto diversi, per quello la chitarra fa vedere tutta una serie di risorse, per quello le linee di basso non sono mai banali, per quello la batteria è una macchina che non si ferma mai.

Urn

L'ambizione deve essere alla pari della consapevolezza delle condizioni che ciascuno ha. Per quello Urn è un disco molto ambizioso. Le condizioni musicali degli Ne Obliviscaris sembrano non voler sapere di confini o di compromessi. Per quello la coabitazioni di tre o quattro generi è un atto naturale come quando osserviamo giorno dopo giorno un monumento maestoso. Ci sembra parte della nostra geografia urbana, di quello che è il nostro intorno. Ma se non ci fosse la nostra vita quotidiana perderebbe molto. 

Ne Obliviscaris

Pesco due brani da questo lavoro.
Il primo è  Libera (part 1) Saturnine Spheres. Brano d'apertura del disco che mette subito in chiaro le cose. Giri complessi ritmica e armonicamente, cambi costanti, voci che si giostrano il protagonismo, ingressi precisi e nostalgici di un violino scalpitante.
La seconda è Urn (part1)And Within the Void we are Breathless. Brano che permette di capire la concezione sonora della band, la voglia di giocare con gli elementi che compongono la loro musica fino a creare una costruzione unica. In questo senso è molto interessante vedere quello che fa il violino.



Urn ha un doppio sapore. Da una parte da l'impressione di essere di fronte a qualcosa di conosciuto e risaputo. Dall'altra c'è la sensazione di novità, di un modo unico di concepire e realizzare i brani che mettono in atto tutta la ambizione della band. I Ne Obliviscaris sanno che la costruzione di un linguaggio proprio inizia dove finisce quello che è stato fatto fino ad adesso.

Voto 8/10
Ne Obliviscaris - Urn
Season of Mist
Uscita 27.10.2017

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